Toccata e fuga da Rovaniemi -Nell’infinita Lapponia svedese

 

“papà, ne prendiamo uno?”
Bravo. Hai girato la tua boa, toccato il bordo della vasca e compiuto la virata. 

Arrivi a Rovaniemi appena dopo pranzo: vi siete svegliati presto e avete percorso gli ultimi chilometri di Svezia prima della frontiera con la Finlandia. Superato il confine, il paesaggio cambia di nuovo: alla severità delle foreste svedesi si aggiunge un tocco – come dire? – un po’ naïf. Naïf, si: ai bordi della strada compaiono fiori, le casette finlandesi sono più varie per forme e colori, anche un po’ kitsch talvolta. 

Avvicinandovi al Circolo Polare Artico cominciate a vedere qualche camper con la targa italiana: è dalla Germania che non incontrate un italiano. Quando arrivate al punto esatto dove passa il Parallelo 66.33’39” capite il perché.  

 C’è il villaggio di Santa Claus, e con esso torme di turisti, giapponesi e italiani in testa, in gran parte scaricati da qualche pullman direttamente dall’aeroporto. Non puoi esimerti dal far fare un giro ai ragazzi, eccitati non tanto dal luogo (terribile), quanto dal fatto di essere arrivati alla meta simbolica. Il pugno di ferro della Censura del tuo Minculpop personale cala spietato sul pomeriggio passato laggiù: quando finalmente riesci a trascinare via i ragazzi è quasi ora di cena.

Tornate a Rovaniemi città, che è esattamente come la immaginavi: un agglomerato di palazzi moderni, con strade pressoché deserte (è sabato sera, 15 agosto: chissà i lunedì di metà gennaio).  

Rovaniemi saturday night fever
 Tuttavia ha un suo fascino, da posto di frontiera: pochi bar e ristoranti nel centro, frequentati da ragazzi slavati, coi capelli lunghi, camicie a scacchi e skateboard (Seattle negli anni’90!), coppie con 1000 figli talmente biondi che sembrano albini. Mangiate l’hamburger della vittoria in un locale “underground” frequentato e gestito da una buffa fauna di alternativi del posto. La cameriera è una ragazza muscolosa, traforata di piercing e rasata su metà cranio, con gli occhi di ghiaccio con cui fulmina gli avventori. 

Dormite in un area sosta fuori città, e il giorno dopo senza esitazione oltrepassate di nuovo la frontiera e siete in Svezia. Vi fermate ad Hapranda, i ragazzi vogliono mangiare all’ikea più a nord del mondo: Maia insiste per essere lasciata all’area children a giocare coi bambini svedefinlandesi, comunicando nella lingua universale  dei piccoli, mentre voi fate un giro veloce. 

È giunto il momento di cominciare la discesa verso casa, però decidi di farlo attraversando la Lapponia svedese: nei pressi di Luleå svolti bruscamente verso ovest, in direzione Harads, dove si trova il Treehotel.  

pensa tornare a casa la notte ubriaco
 Da architetto NON puoi non passare di qui; da bambino falsoadulto neppure. Tutti avrete visto le foto sulle riviste (e non di architettura: lo hanno pubblicato ovunque, probabilmente anche su Cioè), ed è proprio qui, in una zona lontano da tutto e da tutti. Solo per quello varrebbe la pena venirci, peccato per i prezzi, inaffrontabili. Vi accontentate di fare il giro del parco dove si trovano le case, nella foresta lappone che sommerge ogni cosa in un mare di alberi. 

Basta salire su una qualsiasi altura per accorgersene: un oceano sconfinato di foreste a perdita d’occhio, in ogni direzione. Fa impressione: è il regno di qualcun’altro, qualche cosa che non è l’uomo. 

  Lasciate il treehotel e vi addentrate col Volkswagen in questa immensa foresta, pressoché disabitata. Percorrete decine e decine di chilometri di strada senza incontrare un’auto o un essere umano. Solo alberi, boschi immensi e silenziosi, intervallati da laghi dalle acque scure e immobili. E sopra di voi un cielo infinito, senza una sola nuvola. Ogni tanto dalla provinciale sulla quale vi trovate piccole stradine sterrate si addentrano in questa foresta che pare un enorme e unico organismo, un pianeta vivente come Solaris, con il quale bisogna scoprire come comunicare. 

E’ questo che cercavi, non è vero? Ora sì che ti senti davvero lontano, lontano da tutto, in mezzo a una natura che fa anche un po’ paura.  

Eppure è una consolazione pensare che esista, da qualche parte: una creatura immensa e totalmente indifferente alle passioni, agli amori, alle illusioni, ai dolori degli uomini. Non è buona, non è cattiva: sono concetti morali che non hanno senso qui. Verrà a trovarti ancora, lo senti, quando sarai a casa a Milano: verrà di notte, immutata e silenziosa a ricordarti quanto siano insignificanti i graffi sulla carrozzeria dell’auto, la gelosia, i piatti da lavare, i ritardi del cantiere, i voti scolastici, gli F24, l’ambizione, le persiane che scorrono male, le multe per divieto di sosta, i segni del tempo sul volto…

Lasciati andare a questo momento tutto per te, mentre i ragazzi dormono sui sedili e il furgone procede leggero nella luce di quel tramonto sospeso che qui sembra eterno. Le ombre degli alberi che sfilano diventano lunghissime, e l’abitacolo si riempie di musica. Quando si cerca con tanta tenacia qualche cosa, alla fine non la si trova quasi mai: se la si trova poi, quasi sempre è diversa da come ce la si aspettava. Ma quelle rarissime volte che si rivela davvero per come la si era immaginata, è un’emozione intensissima, anche se così breve. E’ questa cosa che ci frega (ci salva?) nella vita, che ci spinge sempre a cercare, cercare, cercare, quel microscopico istante. Un albero che cade in una foresta quando non c’è nessuno a sentirlo non fa alcun rumore forse;  ma quando è una persona da sola a sentirlo, il rumore è un rombo sordo che ti rimbomba dentro per sempre.

Finalmente passate da qualche centro “abitato”: una manciata di case ai lati della strada. Ricordano moltissimo l’America dell’ingenuo immaginario cinematografico di noi italiani: le casette a un piano ai lati della provinciale, l’alimentari gestito dal vecchietto in salopette che funge anche da distributore di benzina, incontrate persino un’Impala nera (vogliamo parlare dell’attrazione degli svedesi per le auto d’epoca americane?)!

    

 
 

speriamo che siano assicurate
 
Al calare del crepuscolo escono le creature del bosco. Ti avevano avvertito, ed eccole: grandi come cavalli, con palchi che coronano il capo protendendosi nello spazio… Renne dal pelo argentato, che attraversano noncuranti la strada. Ogni volta che ne incontrate una è un’emozione fortissima per tutti: siamo ormai talmente abituati alla dimensione dell’animale domestico (non suona come un ossimoro?), che quando incontriamo un animale vero, per giunta nel suo habitat naturale, siamo sopraffatti da una sensazione sconosciuta. Arrivate ad Arvidsjaur in serata, vi accampate in un area sosta e fate la conoscenza delle altre regine della Lapponia: le ZANZARE. Alle dieci in punto è impossibile stare all’aperto: ce ne sono a milioni. Vi rifugiate nel furgone e andate a letto. Piccola notazione etolo-entomologica sul comportamento delle zanzare lapponi: sono tantissime ma sono anche, per così dire, 1.0. Cioè del vecchio tipo che avevamo anche noi da bambini: escono solo la sera, sono lente, e fanno punture poco pruriginose. Insomma alle zanzare milanesi je spicciano casa: però, ribadisco, sono TANTISSIME.

Ripartite di buon ora il mattino dopo, vi fermate a visitare una fattoria Sami dove incontrate un intero branco di renne, sostentamento fondamentale per i lapponi: siete tutti incantati sia dalla loro bellezza che dalla loro docilità e timidezza. Sorvoliamo poi sul loro sapore: è un mondo selvaggio d’altronde. 

Tu adesso devi riportare a casa il tuo  di branco: fai il bravo papà renna e guida, che la strada è lunga.

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