ATTRAVERSARE UN FIUME

FullSizeRenderE’caduta troppa neve, ormai. Anche questa notte ne è caduta, e ora il cielo è coperto di nuvole. Ne cadrà ancora, e poi ancora. Le rocce sono coperte e ben presto lo saranno anche i tronchi delle betulle. Trovare licheni è sempre più difficile, presto sarà impossibile

Il crepuscolo artico andava assottigliandosi sempre di più: a breve il giorno avrebbe aderito alla notte, e il pallido sole si sarebbe coricato fino a primavera. Il grande maschio si stagliava sul cielo immobile annusando l’aria con le froge umide, tempestate di cristalli di ghiaccio.

Dobbiamo andare via anche noi di qui. Spostarci verso il lago, dove la foresta è più fitta e ripara il terreno. Là avremo cibo. Sono già andati tutti: siamo rimasti solo noi. E’ora di mettersi in cammino

Un brivido percorse la femmina, che istintivamente si avvicinò al suo piccolo: ma non era dovuto al freddo. Il maschio si accorse del leggero tremito dei palchi che sormontavano il capo della sua compagna.

Lo abbiamo fatto tante volte, lo faremo ancora. Tutto andrà bene

Questa volta è diverso. Questa volta c’è anche lui” rispose lei, strofinando il muso sul dorso della piccola renna, che subito si girò a cercare il volto della madre. “Non ha mai attraversato il Fiume Morto. Non corre veloce come noi. Troviamo un’altro cammino. Ti prego.”

I grandi occhi umidi fissarono imploranti quelli del compagno, che continuava a scrutare l’orizzonte. Poi si voltò verso di lei sbuffando rumorosamente vapore bianco dalle narici. “Abbiamo perlustrato tutta la foresta questa primavera. Non esiste un cammino che non sia tagliato dal Fiume Morto. Prima o poi lo incontreremo comunque, e lo dovremo attraversare“.

Che cos’è il Fiume Morto? Perché si chiama così?“. Il figlio si rivolse al padre, che lo guardò restando in silenzio. La madre gli fu subito accanto, la sollecitudine che tradiva l’agitazione. “E’ un fiume, solo che l’acqua non scorre. E’morta, pietrificata. Così è più facile da attraversare“. A quel punto intervenne il padre, con l’intento di chiudere la discussione “E’deciso. Partiremo al calare della notte. Quando fa buio è più facile che non arrivino… ” si interruppe, accortosi di aver detto una frase di troppo. “Chi, chi dovrebbe arrivare?” incalzò il piccolo, percependo subito l’incertezza. “Nessuno. Non verrà nessuno. Ora basta parlare“, disse il grande animale, avviandosi verso il bosco seguito dalla compagna.

Io l’ho visto il Fiume Morto” sibilò una voce alle spalle della giovane renna. La sagoma del lupo si stagliava magra e senza colori contro la neve bianca. Il piccolo si piegò sugli arti posteriori, pronto alla fuga. “Non temere, non ti attaccherò. Non ora. Sono solo e i tuoi genitori accorrerebbero subito. Tuo padre è grande e mi abbatterebbe con facilità.” La giovane renna rilassò i muscoli delle zampe, irrigidendo però quelli del collo. Il lupo continuò. “Io l’ho visto, il Fiume Morto. Mai e poi mai camminerei sulle sue acque nere e immobili. Ho visto le creature che popolano quel luogo orribile: spiriti che non appartengono a questo mondo, e che nessun essere vivente dovrebbe mai incontrare. Cacciati dal Regno dei Morti, nuotano incessantemente lungo il fiume alla ricerca di prede da divorare con le loro immense fauci. I loro occhi di fuoco non hanno pupille; e le loro urla quando ti vedono sono il suono più atroce che si possa udire”. Con un balzo il padre fu davanti al figlio, agitando le grandi corna di fronte al lupo. “Vattene, lupo! I miei zoccoli spezzeranno il tuo cranio. Vattene ora, e non tornare.” Il lupo mostrò i denti, arretrando. “Io ora vado. Ma tornerò, con i miei compagni. Sono tanti, tutti affamati quanto me.” Quando il lupo fu scomparso nella foresta, la grande renna si rivolse alla compagna. “Mettiamoci in cammino. I lupi sono veloci, ma se raggiungeremo il fiume prima che ci raggiungano saremo salvi”. Il piccolo abbassò la testa e si incamminò dietro al padre, mentre le ombre degli alberi cominciavano a confondersi con il buio.

Procedevano da ore ormai, gli zoccoli affondavano nella neve lasciando tracce inconfondibili del loro passaggio. Il padre in testa li incalzava ad aumentare il passo, mentre la madre chiudeva la fila voltandosi di quando in quando a scrutare l’oscurità alle sue spalle. La luna era poco più che un tenue bagliore al di là delle nubi, dovevano fare affidamento sull’olfatto per non perdersi a vicenda.

Il primo ululato spezzò il silenzio come un lampo nel buio. Senza che ci fosse bisogno di dirsi nulla, il cucciolo e la madre iniziarono a correre dietro al padre. Il piccolo sentiva i polmoni bruciare e la bava gli colava copiosa dal muso per lo sforzo; la paura gli formicolava nei muscoli delle zampe, lo faceva incespicare come quando era appena nato e doveva imparare a reggersi in piedi. Dietro di loro gli ululati esplodevano nella notte, si susseguivano interminabili provenendo da tante, tante gole diverse, sempre più vicine. Ormai la madre non aveva il coraggio di guardarsi alle spalle, pensava solo a correre, puntellando con il muso il cucciolo ogni volta che era sul punto di perdere l’equilibrio.

Non ce l’avrebbero fatta. Sentì formarsi quel pensiero sempre più nitido. Presto avrebbe distinto chiaramente il rumore del respiro affannato e feroce degli inseguitori, le zampe veloci che bucavano la neve. Il suo compagno li avrebbe difesi fino all’ultimo, e poi sarebbe toccato a lei proteggere la fuga del piccolo. Che ne sarebbe stato allora di lui, solo nella foresta coperta di neve? Rallentò e poi si fermò, voltandosi verso gli inseguitori. Forse si sarebbero accontentati del suo corpo, e avrebbero abbandonato gli altri. Non dovette attendere molto: calò il silenzio, ed ecco una, due, dieci ombre apparire intorno a lei. Divaricò le zampe, piegò in avanti la testa imponendo i palchi affilati ai suoi predatori. Era pronta.

“Manca poco ormai. Sento l’odore del Fiume Morto: non è lontano”. Padre e figlio procedevano affiancati ora. Il sacrificio della madre aveva sortito il suo effetto: forse la lotta proseguiva ancora, o forse i lupi erano già impegnati a placare la fame dilaniando la sua carne, quel che contava era che avevano abbandonato l’inseguimento. La foresta andava via via diradando, le due renne finalmente potevano rallentare il passo e recuperare un po’ di fiato. Il piccolo annusò l’aria: sentiva un odore nuovo, diverso da tutti quelli che conosceva. Un odore privo degli umori a lui familiari fatti di bosco, terra umida, calore animale: era qualche cosa di freddo, immobile, senza vita. “Lo senti anche tu, vero? E’ il fiume, siamo quasi arrivati. So che hai paura per quello che ti ha detto il lupo, e ora che tua madre non è più con noi: ma se farai come ti dico andrà tutto bene.” Si inerpicarono su un leggero rialzo del terreno, sulla cui sommità si fermarono.

Davanti a loro, un poco più in basso, scorreva il Fiume. Le sue acque erano di un’oscurità perfetta, priva di qualunque riflesso, un taglio nero nella terra che inghiottiva persino il flebile bagliore della luna. Niente di quello che avevano mai visto aveva un aspetto simile, era così innaturale che non poteva che appartenere a un altro mondo: un mondo senza vita, freddo, immutabile. Era impossibile capire in quale direzione si trovasse la sorgente: non un movimento increspava la sua superficie liscia, che si snodava sempre uguale a sé stessa in entrambe le direzioni.

“Dovremo nuotare in quell’acqua? E gli spiriti, verranno?” il piccolo non riusciva a staccare gli occhi da quel panorama desolato. Il padre rispose senza ricambiare il suo sguardo: “Non sarà necessario immergersi. La superficie reggerà il nostro peso, e potremo attraversarlo camminando. Gli spiriti… se verranno dovremo essere veloci a raggiungere l’altra sponda, loro non ci inseguiranno al di fuori dal fiume. Io starò davanti e tu mi verrai dietro, senza mai fermarti né voltarti: tua madre non arriverà. Non c’è altro, ma ricorda: una volta iniziata la traversata non ti fermare mai, per nessun motivo. Ora andiamo”.

“PORCAPUTTANA! MA CHE CAZZO FAI, IDIOTA!”. La donna si massaggiava il collo dolorante. “Merda! Merda! MERDA!”. L’uomo che sedeva al posto del conducente sbatté ripetutamente le mani sul volante. “Questi animali cornuti di MERDA! Ma perché si impiantano così in mezzo alla strada quando ti sentono frenare? Cazzo!”. Sganciò la cintura di sicurezza. “Per fortuna almeno era piccolino, pensa se invece di lui avessi investito quel bestione che è passato appena prima! Mi avrebbe sfondato il parabrezza, come minimo. Ci saranno delle ammaccature… scendo a controllare”. “NO!” la donna gli posò con forza una mano sull’avambraccio. “Non me ne frega un cazzo della tua macchina, adesso, o di quella renna di merda che tanto è morta! Rimetti in moto e andiamo, mi avevi promesso che per mezzanotte saremmo tornati a casa e ora sono già le due! Domani ho un appuntamento importante alle otto, tu e le tue serate del cazzo!”. L’uomo sbuffò e si legò la cintura di nuovo. Girò la chiave e ripartì lentamente lungo la statale che attraversava la foresta, lanciando un’occhiata fugace allo specchietto retrovisore, che inquadrava il corpo inanimato della piccola renna a lato della strada.

Annunci

RITORNO – PARTE SECONDA. Copenaghen, Rothenburg, Gargnano, Milano.

una mappa scolastica danese per te

A malincuore lasciate Copenaghen dopo cena, è bastato questo assaggino per fartene innamorare. Scende la notte quando arrivate a Rødby all’imbarco dei ferries per la Germania: una traversata di poco più di mezz’ora su una specie di supermercatone galleggiante, neanche vi accorgete che è in movimento. Gli unici viaggiatori a parte voi sono quattro camionisti tedeschi che passano la traversata imbambolati dal sonno seduti sui divanetti, mentre i tuoi corrono in giro per i tax free shop disabitati ululando come scimmie di fronte a ogni stand Haribo che incontrano. Quando sbarcate a notte fonda in Germania siete accolti da una nebbia spaventosa che viene dal mare: banchi densi come nuvole di cotone galeggiano nel buio totale riflettendo le luci delle pochissime auto che passano, un’atmosfera da brividi… A un certo punto sei costretto a fermarti in un’area sosta perchè è veramente difficile proseguire. Non si vede nulla intorno al furgone, metti i bambini a nanna e ti corichi pensando inevitabilmente al film di Carpenter.

Vhelma, Daphne e Shaggy saltate sulla Mistery Machine! Missione compiuta

La mattina vi mettete in viaggio presto, dovete fare un sacco di chilometri. Dopo le strade deserte della Svezia qua  sembra un traffico caotico, anche se in realtà è assolutamente scorrevole. Attraversate la Germania ascoltando il radiodrammone a puntate tratto da “Iolanda, la figlia del Corsaro Nero”: Mitia è tutto felice, ha una passione assolutamente fuori moda per Salgari. Non si capisce un cazzo della trama, ma va benissimo: c’è questa tizia che ovviamente è bellissima e rapitissima dagli spagnoli, e tutti i filibustieri innamorati giù a inseguirli in lungo e in largo per i Caraibi, facendo un gran casino per liberarla. La bella figliola del Corsaro è “sonorizzata” dalla voce roca di Veronica Pivetti, che è un continuo sospiro d’amore pensando all’amato capitano Morgan, pure troppo: certe volte pare il radiosceneggiato di un film porno. Boh. Signora Pivetti, sappia che ha turbato le creature coi suoi sospiri.

anvedi la città dei playmobil

E’ sera quando arrivate in quel di Rothenburg-ob-der-Tauer, dove hai deciso di fare tappa su consiglio di amici incontrati a Berlino: concedi un tributo all’immigrazione italica in Germania cucinando spaghetti all’amatriciana, che i ragazzi spazzolano avidamente. Prima di dormire intrattieni una chiaccherata molto cordiale ma assolutamente surreale con un vecchietto senza denti che si occupa della pulizia dei bagni pubblici: lui parla solo in tedesco e pretende pure di raccontarti un viaggio fatto in gioventù in Italia. Tu il tedesco senza denti non lo mastichi granché (rimshot!), capisci solo che si è divertito molto a Modena; poi è successo qualcosa ed è finito a pulire i cessi in Baviera. Tutto quello che c’è in mezzo è un mistero lost in translation, accidenti.

La mattina dopo andate a fare un giro sui camminamenti delle mura e poi nel centro storico, gioiello della Baviera. Fate colazione in un forno/caffetteria con ogni dolciume tedesco possibile, alloggiato in una delle tante casette di marzapane colorato, e poi gironzolate a lungo.

ROTHENBURG CHRISTMAS INFERNO

Scopri che Rothenburg è famosa nel mondo, oltre che per il popolare personaggio folkloristico conosciuto come “il mitomane senza denti dei cessi pubblici”, per i negozi storici di giocattoli in legno e addobbi natalizi artigianali: insomma è questa la vera città di Babbo Natale, non Rovaniemi! Dopo un’oretta a bighellonare da Käthe Wohlfahrt ti senti prossimo allo shock iperglicemico, con tutta questa zuccherosità natalizia assolutamente fuori stagione. Quest’anno va così ragazzi: visto che tra Rovaniemi a Ferragosto e Rothenburg avete già visto il Natale, a Natale a casa Pellizzari si festeggerà il Ferragosto. Pasta al forno, angurie, frigoborsa e zoccoli da infermiere anche con – 7°, è deciso. Siete tutti invitati.

Lasci Rothenburg un po’ dubbioso. E’ bellissima, certo, conservata alla perfezione e veramente pittoresca. Però. Però c’è qualcosa che non ti convince: sarà che manca la famosa “patina del tempo”, in questo tripudio di pulizia, ordine e decorazione bavarese. O forse sarà lo sguardo che le commese dei negozi lanciano di tanto in tanto ai turisti stranieri che rimpinguano le casse dei loro negozi. Quello sguardo al di sopra degli occhiali dalla montatura perfettamente lucida e brillante, quello sguardo che di solito si riserva agli insopportabili cagnetti di razza Yorkshire che abbaiano fastidiosamente. Non sapresti dire, però questa Germania da cartolina è lontana anni luce da quella che ti piace. La Baviera sarà bella, ma non fa per te: è un posto che piacerà tantissimo ai piccoli imprenditori brianzoli, probabilmente. Tu preferisci di gran lunga quella di Berlino e Amburgo, coi suoi casermoni severi, i caffè rumorosi, la metro un po’ sporca, la gente sgarruppata, entusiasta e aperta. Radical-chic? E va bene, evviva i radical-chic, allora. Evviva la Germania radical-chic.

Metti in moto il furgone, c’è l’ultimo pezzo da fare: attraversare l’Austria e le sue montagne, badando bene a esporre la vignetta dell’autostrada sul parabrezza. Qui non siamo in Svezia o Danimarca, qui c’è la polizia acquattata (ho pure cercato su google se si scriveva con la q o con la doppia c, che vergogna) sotto i cavalcavia dell’autostrada e controllare tutte le macchine che passano. Giuro: ho visto due poliziotti in piedi di fianco a un’auto con la scritta POLIZEI che muovevano la testa a scatti da sinistra a destra cercando di seguire con lo sguardo  le macchine che sfrecciavano a 130 all’ora, una cosa veramente comica. Superate il Brennero, ed eccovi in Italia.

Esci dall’autostrada a Rovereto e scendi il Garda, fino a quel paesino sul lago con le montagne alle spalle. Qui si trova quella che i tuoi figli chiamano Casa, più di qualunque altro luogo abbiate abitato a Milano. D’altronde non è possibile governare la sensazione di casa, lo sai bene tu che sei architetto. Non basta studiare finiture, illuminazione, arredi e tessuti per mutare la percezione di casa: è un sentimento complesso, basato sull’istinto, e che sedimenta nel tempo. Fatto di calore, protezione, luce; di una cucina piena di cassetti e antine che celino tesori da mangiare e aggeggi incomprensibili; di librerie cariche e disordinate; di bagni che facciano rimbombare il suono dell’acqua bollente quando si riempie la vasca; e poi di manifesti di mostre mai viste e di quadri di paesaggi mai visitati eppure familiari; e ancora di armadi della camera dei genitori, colmi di vestiti strani che non vengono mai indossati; di libri incomprensibili lasciati sui comodini; di soffitte polverose dove si sente il rumore secco della pioggia sui coppi, e a volte si ritrovano magicamente giochi e fumetti che si credevano persi. E infine di odori, che l’olfatto è il più irrazionale dei sensi e quello che suggella i legami più profondi, con le case come in amore.

Svegliati, sei a casa

I tuoi genitori, risorsa e rifugio inestimabile per i tuoi ragazzi sempre, vi aspettano. Tu puoi riposarti un paio di giorni appena; Domenica sera saluti le creature, che si fermeranno qui ancora qualche giorno, e intraprendi da solo l’ultimo viaggio con il fido Volkswagen.

Mentre percorri l’A4 sotto il cielo nuvoloso, non ti domandare cosa rimarrà di questo viaggio negli occhi e nelle testone dei tuoi figli, non puoi saperlo, non ora per lo meno. Non ti chiedere neppure che cosa abbia lasciato a te, o se hai imparato qualche cosa. Non ha importanza. Smetti di cercare di dare un nome e un senso a ogni cosa che fai, o che succede. L’importante è averla vissuta, questa cosa: il significato verrà da sè, poi.

La foresta è dentro, ormai.


Milano – Rovaniemi – Milano 30.07.2014 / 24.08.2015

Ritorno parte prima. Östersund, Orsa, Copenaghen.

Sì!
Intraprendete allora la discesa verso casa, attraversando la Svezia lungo la statale che percorre l’interno del paese affiancata dall’Inlandsbanan, la linea ferroviaria che collega Gällivare nell’estremo nord a Kristinehamn, non lontana da Stoccolma. Le foreste imponenti sono sempre più spesso interrotte da piccoli paesi, poco più che manciate di villette con praticelli tagliati all’inglese, abitate da anziani svedesi in camicie a maniche corte che fumano la pipa lustrando vecchi modelli di Saab: sembra di stare in un film americano degli anni ’50, persino i colori sono un po’ sbiaditi dal sole che vi accompagna per tutto il tragitto (che culo che avete avuto con il tempo). Vi fermate a dormire a Östersund, sul lago Storsjön, nelle cui acque pare sguazzi un parente del mostro di Loch Ness, l’impronunciabile Storsjöodjuret.

mah!
La cassiera del campeggio te lo descrive ridendo come un incrocio tra un serpente e un maiale: non fa molta paura, neppure a Maia. Pare che il re di Svezia in persona lo abbia inserito tra le specie da proteggere la cui caccia è vietata! Bisogna che anche noi ci inventiamo un qualche mostro per i nostri laghi. Che so, quello del lago di Garda per esempio: frutto di un esperimento genetico degli scienziati della Repubblica di Salò volti a creare un mostro marino per contrastare gli sbarchi degli alleati. Dicono si aggiri nelle acque di fronte a Gargnano.

Il giorno dopo sostate a fare merenda a Orsa, sul lago Siljan, rinomata località di villeggiatura: l’atmosfera è molto diversa dal selvaggio nord, non che ci sia folla (ma dove ne avete incontrata, in Svezia?), però il lungolago è percorso da famigliole che passeggiano biondissime nel sole del tardo pomeriggio.

Era un luogo molto amato dai pittori svedesi, il lago Siljan, per la sua atmosfera serena: visitate il museo di Anders Zorn, con i suoi acquerelli gentili ma un po’ noiosi. Si fa tardi, per lo meno per gli standard scandinavi (ma perché deve chiudere tutto alle cinque anche d’estate, quando le giornate durano mille ore?), e purtroppo dovete rinunciare a visitare la casa di Carl Larsson, il Norman Rockwell svedese (in realtà è Rockwell ad essere un Larsson in versione yankee, diamo a Carl quel che è di Carl)

e soprattutto le infernali miniere di rame di Falun! Peccato. Dopo cena sistemi i sedili posteriori in modo che le ragazze possano dormire al sicuro anche in caso di brusche frenate, e vi apprestate a viaggiare di notte. Tu e Mitia davanti chiacchierate ascoltando Tom Waits, dietro le ragazze si godono il privilegio di un pigiama party in viaggio. Quando cala l’oscurità è un buio pesto, non c’è più il leggero chiarore notturno della Lapponia e i lampioni non piacciono agli svedesi: i fari del Volkswagen illuminano più di una volta lepri e volpi che attraversano la strada davanti a voi. Quando sei stanco, vi fermate in un’area sosta vicino alla strada a dormire.

Il giorno successivo dopo pranzo attraversate il ponte di Øresund, e la Svezia saluta con te il suo consumatore principale di kanelbullar. L’altro dolciume/porcata che avete consumato compulsivamente in questi giorni è il Marabou: tavolette di cioccolata svedese, bisogna ammettere peraltro di ottima qualità. Resta da capire per quale cazzo di motivo gli abbiano dato il nome di un orribile uccello africano la cui peculiarità è nutrirsi di carcasse di animali morti. Passando il confine pensi che avete attraversato praticamente tutta la Svezia e non hai mai incontrato nè visto un poliziotto che sia uno, qualunque cosa questo possa significare.

Prenderete il traghetto da Rødby che taglia fuori buona parte della Danimarca portandovi direttamente in Germania: siccome ce ne sono anche di notte, decidi di fare prima un salto a Copenaghen.

 La circolazione col Volkswagen a Copenaghen risulta faticosa e ti richiede molta concentrazione, per tre motivi: primo, il centro della città è piuttosto intricato; secondo, ci sono un miliardo di ciclisti che filano come schegge da tutte le parti; terzo e non ultimo, la popolazione femminile. Non te lo aspettavi: è evidente che le donne di Copenaghen sono le più belle del mondo, pensi, mentre cerchi di mantenere una parvenza di controllo della situazione davanti ai ragazzi. Parcheggi nel primo posto libero che trovi e proseguite a piedi. Anche qui i musei chiudono alle cinque: per fortuna però al mercoledì la galleria nazionale resta aperta fino alle otto. Attraversate i curatissimi giardini di Rosenborg e arrivate all’imponente edificio della Staten Museum for Kunst, con la grande vasca circolare davanti all’interno della quale i visitatori possono portare le sedie di ferro verniciato per accomodarsi coi piedi in acqua.

la sala dei pasticci
All’ingresso del museo un cartello avverte i visitatori: please, take photos. Non avete moltissimo tempo, e la collezione è immensa: decidi di focalizzarti sull’arte nordica. I ragazzi scorrazzano tra le sale semi deserte (ci siete solo voi e degli spagnoli), fino a quando non scovano la sala degli schizzi: a disposizione dei visitatori ci sono matite di tutte le durezze, fogli di varia grammatura, tavolette di legno e seggiole da portare in giro per copiare dal vero i quadri. Sistemàti per un’ora almeno. Ti dedichi allora alla ricerca dei quadri di Vilhelm Hammershøi, passando per varie sale che coprono la produzione artistica scandinava degli ultimi tre secoli. C’è una vaghissssssima tendenza al depressivo-tragico-funereo nell’arte nordica, quando non si tratta di paesaggi:

“and in his eyes I saw death”, Ejnar Nielsen: minchia che allegria
tra una scultura in grandezza naturale della Morte che porta via il figliolo neonato alla madre e il ritratto di una giovincella tubercolotica che tira gli ultimi, il buon Munch (presente con un paio di opere minori) sembra un allegrone. Per fortuna c’è una sala solo per Emil Nolde che hai sempre amato moltissimo, con le esplosioni dei suoi paesaggi marini. Recuperi al volo i ragazzi mentre i guardiasala fanno il giro di chiusura, e uscite.

Oceano e nuvole scure. Emil Nolde, 1935
Ora: sarà la frustrazione dell’imminente rientro, ma hai una gran voglia di polemica. E allora andiamo! La galleria nazionale di Danimarca è un qmuseo enorme; la collezione sconfinata e di grandissimo valore, in più c’è un’esposizione temporanea. La qualità degli spazi espositivi è altissima; quella dei servizi poi, caffetteria e shop, non ne parliamo. Bè dunque, l’ingresso è gratuito per tutti; come al Nationalmuseet del resto, mentre tutti gli altri musei della città hanno almeno una giornata gratuita alla settimana. I minori, gratis sempre e ovunque.

Meanwhile in Milan, un museo di recente apertura che offre solo un’esposizione temporanea, come dicono i milanesi, “bella ma non bellissima”, si vanta di aver abbassato il biglietto da 15 a 12 euro in occasione di Expo. E i minori? 10 euro! Mah. D’altronde che ne vuoi sapere tu di politica e management dell’arte, non hai preso Master presso una business school…

È ora di ripartire, fuori cala il sole: a Copenaghen ci tornerai però, con più calma: segnatelo. Saluta le danesi e rimettiti in marcia.

Toccata e fuga da Rovaniemi -Nell’infinita Lapponia svedese

 

“papà, ne prendiamo uno?”
Bravo. Hai girato la tua boa, toccato il bordo della vasca e compiuto la virata. 

Arrivi a Rovaniemi appena dopo pranzo: vi siete svegliati presto e avete percorso gli ultimi chilometri di Svezia prima della frontiera con la Finlandia. Superato il confine, il paesaggio cambia di nuovo: alla severità delle foreste svedesi si aggiunge un tocco – come dire? – un po’ naïf. Naïf, si: ai bordi della strada compaiono fiori, le casette finlandesi sono più varie per forme e colori, anche un po’ kitsch talvolta. 

Avvicinandovi al Circolo Polare Artico cominciate a vedere qualche camper con la targa italiana: è dalla Germania che non incontrate un italiano. Quando arrivate al punto esatto dove passa il Parallelo 66.33’39” capite il perché.  

 C’è il villaggio di Santa Claus, e con esso torme di turisti, giapponesi e italiani in testa, in gran parte scaricati da qualche pullman direttamente dall’aeroporto. Non puoi esimerti dal far fare un giro ai ragazzi, eccitati non tanto dal luogo (terribile), quanto dal fatto di essere arrivati alla meta simbolica. Il pugno di ferro della Censura del tuo Minculpop personale cala spietato sul pomeriggio passato laggiù: quando finalmente riesci a trascinare via i ragazzi è quasi ora di cena.

Tornate a Rovaniemi città, che è esattamente come la immaginavi: un agglomerato di palazzi moderni, con strade pressoché deserte (è sabato sera, 15 agosto: chissà i lunedì di metà gennaio).  

Rovaniemi saturday night fever
 Tuttavia ha un suo fascino, da posto di frontiera: pochi bar e ristoranti nel centro, frequentati da ragazzi slavati, coi capelli lunghi, camicie a scacchi e skateboard (Seattle negli anni’90!), coppie con 1000 figli talmente biondi che sembrano albini. Mangiate l’hamburger della vittoria in un locale “underground” frequentato e gestito da una buffa fauna di alternativi del posto. La cameriera è una ragazza muscolosa, traforata di piercing e rasata su metà cranio, con gli occhi di ghiaccio con cui fulmina gli avventori. 

Dormite in un area sosta fuori città, e il giorno dopo senza esitazione oltrepassate di nuovo la frontiera e siete in Svezia. Vi fermate ad Hapranda, i ragazzi vogliono mangiare all’ikea più a nord del mondo: Maia insiste per essere lasciata all’area children a giocare coi bambini svedefinlandesi, comunicando nella lingua universale  dei piccoli, mentre voi fate un giro veloce. 

È giunto il momento di cominciare la discesa verso casa, però decidi di farlo attraversando la Lapponia svedese: nei pressi di Luleå svolti bruscamente verso ovest, in direzione Harads, dove si trova il Treehotel.  

pensa tornare a casa la notte ubriaco
 Da architetto NON puoi non passare di qui; da bambino falsoadulto neppure. Tutti avrete visto le foto sulle riviste (e non di architettura: lo hanno pubblicato ovunque, probabilmente anche su Cioè), ed è proprio qui, in una zona lontano da tutto e da tutti. Solo per quello varrebbe la pena venirci, peccato per i prezzi, inaffrontabili. Vi accontentate di fare il giro del parco dove si trovano le case, nella foresta lappone che sommerge ogni cosa in un mare di alberi. 

Basta salire su una qualsiasi altura per accorgersene: un oceano sconfinato di foreste a perdita d’occhio, in ogni direzione. Fa impressione: è il regno di qualcun’altro, qualche cosa che non è l’uomo. 

  Lasciate il treehotel e vi addentrate col Volkswagen in questa immensa foresta, pressoché disabitata. Percorrete decine e decine di chilometri di strada senza incontrare un’auto o un essere umano. Solo alberi, boschi immensi e silenziosi, intervallati da laghi dalle acque scure e immobili. E sopra di voi un cielo infinito, senza una sola nuvola. Ogni tanto dalla provinciale sulla quale vi trovate piccole stradine sterrate si addentrano in questa foresta che pare un enorme e unico organismo, un pianeta vivente come Solaris, con il quale bisogna scoprire come comunicare. 

E’ questo che cercavi, non è vero? Ora sì che ti senti davvero lontano, lontano da tutto, in mezzo a una natura che fa anche un po’ paura.  

Eppure è una consolazione pensare che esista, da qualche parte: una creatura immensa e totalmente indifferente alle passioni, agli amori, alle illusioni, ai dolori degli uomini. Non è buona, non è cattiva: sono concetti morali che non hanno senso qui. Verrà a trovarti ancora, lo senti, quando sarai a casa a Milano: verrà di notte, immutata e silenziosa a ricordarti quanto siano insignificanti i graffi sulla carrozzeria dell’auto, la gelosia, i piatti da lavare, i ritardi del cantiere, i voti scolastici, gli F24, l’ambizione, le persiane che scorrono male, le multe per divieto di sosta, i segni del tempo sul volto…

Lasciati andare a questo momento tutto per te, mentre i ragazzi dormono sui sedili e il furgone procede leggero nella luce di quel tramonto sospeso che qui sembra eterno. Le ombre degli alberi che sfilano diventano lunghissime, e l’abitacolo si riempie di musica. Quando si cerca con tanta tenacia qualche cosa, alla fine non la si trova quasi mai: se la si trova poi, quasi sempre è diversa da come ce la si aspettava. Ma quelle rarissime volte che si rivela davvero per come la si era immaginata, è un’emozione intensissima, anche se così breve. E’ questa cosa che ci frega (ci salva?) nella vita, che ci spinge sempre a cercare, cercare, cercare, quel microscopico istante. Un albero che cade in una foresta quando non c’è nessuno a sentirlo non fa alcun rumore forse;  ma quando è una persona da sola a sentirlo, il rumore è un rombo sordo che ti rimbomba dentro per sempre.

Finalmente passate da qualche centro “abitato”: una manciata di case ai lati della strada. Ricordano moltissimo l’America dell’ingenuo immaginario cinematografico di noi italiani: le casette a un piano ai lati della provinciale, l’alimentari gestito dal vecchietto in salopette che funge anche da distributore di benzina, incontrate persino un’Impala nera (vogliamo parlare dell’attrazione degli svedesi per le auto d’epoca americane?)!

    

 
 

speriamo che siano assicurate
 
Al calare del crepuscolo escono le creature del bosco. Ti avevano avvertito, ed eccole: grandi come cavalli, con palchi che coronano il capo protendendosi nello spazio… Renne dal pelo argentato, che attraversano noncuranti la strada. Ogni volta che ne incontrate una è un’emozione fortissima per tutti: siamo ormai talmente abituati alla dimensione dell’animale domestico (non suona come un ossimoro?), che quando incontriamo un animale vero, per giunta nel suo habitat naturale, siamo sopraffatti da una sensazione sconosciuta. Arrivate ad Arvidsjaur in serata, vi accampate in un area sosta e fate la conoscenza delle altre regine della Lapponia: le ZANZARE. Alle dieci in punto è impossibile stare all’aperto: ce ne sono a milioni. Vi rifugiate nel furgone e andate a letto. Piccola notazione etolo-entomologica sul comportamento delle zanzare lapponi: sono tantissime ma sono anche, per così dire, 1.0. Cioè del vecchio tipo che avevamo anche noi da bambini: escono solo la sera, sono lente, e fanno punture poco pruriginose. Insomma alle zanzare milanesi je spicciano casa: però, ribadisco, sono TANTISSIME.

Ripartite di buon ora il mattino dopo, vi fermate a visitare una fattoria Sami dove incontrate un intero branco di renne, sostentamento fondamentale per i lapponi: siete tutti incantati sia dalla loro bellezza che dalla loro docilità e timidezza. Sorvoliamo poi sul loro sapore: è un mondo selvaggio d’altronde. 

Tu adesso devi riportare a casa il tuo  di branco: fai il bravo papà renna e guida, che la strada è lunga.

VERSO NORD: Höga Kusten, Norfällsvikens, Skuleskogen National Park, Luleå

 

entra nella cartolina
Lasciate Stoccolma la mattina e imboccate nuovamente la E4, che attraversa la Svezia da Helsingborg fino a Lulea, su su ai confini con la Finlandia. Il cielo è coperto, a tratti piovoso. Superata Uppsala le corsie si riducono a una sola a parte qualche breve tratto a due corsie, praticamente una provinciale a scorrimento veloce: questa è l’arteria principale di tutta la Svezia. Non c’è mai traffico, non nel senso di code ma in senso letterale: si incontrano pochissime auto. Capita abbastanza spesso di vedere auto incidentate ai lati della strada: niente di grave, a parte un tir con rimorchio carico di legname ribaltato sull’altra corsia, con pompieri, ambulanze etc etc. Vai piano, e soprattutto stai concentrato. Sei sempre concentrato a dirla tutta, quando viaggi coi ragazzi, non solo quando guidi. Forse troppo, non hai quasi un minuto per te: prova ne è il fatto che non trovi neppure il tempo per leggere. Ma è un po’ come fare una traversata in barca a vela, c’è sempre qualcosa da fare, quando non stai guidando: cucinare, sistemare il furgone, lavare i vestiti, guardare la strada per il giorno dopo. E va bene così, era questo quello che desideravi: in cambio c’è tutto quello che scorre fuori dai finestrini, il silenzio e la solitudine totale nel crepuscolo la sera quando i ragazzi dormono e ti fumi una sigaretta,  

la colazione dei capponi
 il caffè bollente la mattina quando ti svegli per primo, e soprattutto quel cielo immenso sopra di voi.
Cielo che si apre, mentre superate lo spettacolare ponte sospeso che porta nell’Höga Kusten, ovvero Costa Alta, un’area patrimonio dell’Unesco che racchiude quanto di più bello ti aspettassi da questo viaggio: un paesaggio fatto di prati verdissimi, foreste scure, laghetti immobili come specchi che riflettono le immancabili casette di legno verniciate di rosso, ognuna col suo molo e la sua barca a remi, villaggi di pescatori in riva al mare tranquillo.  

 Vi fermate in uno di questi, Norfällsvikens, e vi sistemate in un campeggio di quelli veramente svedesi: vale a dire praticamente deserto, in mezzo a un bosco, con mille facilities (ma come cazzo parlo) gratis a disposizione. Mille casette rosse sparse alloggiano cucinerete con sale da pranzo e verandine sul mare, sale giochi per i piccoli, sale di lettura per i più grandi, saune… E, va detto, il prezzo è allineato a quello dei campeggi italiani.  

cena davanti alla tivù?
 Mentre scaldi un sugo di ragù in scatola una volpe esce dal bosco e si avvicina timidamente. Sembra un cucciolo di cane, con gli occhi grandi e spaventati. Magnate un piatto di maccaroni e buona notte.

Il giorno successivo vi svegliate sotto la pioggia. Siete pigrissimi, e decidete di passare la giornata a sfruttare queste benedette facilities: fai studiare un po’ i ragazzi, pulisci il furgone, andate a raccogliere lamponi nel bosco sotto la pioggia, riesci anche a fare una siesta nel pomeriggio. Per finire, prima di cena porti tutti a fare la sauna con finestra vista mare + nebbia. 

Ci trovate un papà svedese con due bambini e una birra, tra chiacchiere e veloci corse a bagnarsi con l’acqua gelida del mare grigio arriva la sera. La notte dormite benissimo.

Vi svegliate di buon ora e fate colazione abbondante (tu soprattutto, con chili di dolci alla cannella), e partite verso il vicino parco nazionale Skuleskogen. Un cervo/renna/alce/cosaconlecorna vi attraversa la strada sterrata mentre raggiungete la piccola area parcheggio. Indossate le mantelle perché piove, prendete gli zainetti con le vettovaglie e vi addentrate into the wild. 

  

verso il cuore della foresta
La foresta è costituita da tre livelli di vegetazione, ad altezze differenti: in alto c’è la volta di larici, tanto fitta che impedisce alla pioggia di cadere a terra; c’è poi uno strato di altezza intermedio di betulle e abeti, e infine la vegetazione più bassa, composta da felci e immancabili cespugli di lamponi e mirtilli selvatici. Il terreno è coperto da muschi e licheni, talvolta intervallato da ruscelletti o radure paludose, che attraversare agevolmente grazie a passerelle di legno. Tutto è dominato dal silenzio più totale, incrociate un paio di persone (anche qui vige la regola dell’in montagna se volevo tutti bbene, però la gente è talmente poca che quando la incontri viene naturale salutarla) mentre il sentiero si fa più impervio e attraversa distese di sassi di granito rossastro, tipici della zona. Le ragazze cominciano a lamentarsi, la camminata è faticosa e sono stanche e affamate. Vi fermate a mangiare i sandwich che hai preparato, e con difficoltà riesci a convincerle a proseguire ancora un po’; non per molto però, dopo un’oretta si fermano di nuovo e si rifiutano di proseguire. Gli prepari un piccolo accampamento con un telo tra i licheni, gli lasci acqua, vettovaglie e un mazzo di carte e le abbandoni come Hansel e Gretel nella foresta. In realtà manca sola un quarto d’ora al punto di arrivo, ma fa parte del gioco:  

Mitia apre una strada nella roccia con la sola imposizione delle mani
tu e Mitia superate velocemente l’ultimo tratto di percorso, che porta a una spettacolare spaccatura nella roccia (è una zona “telluricamente” viva, si alza ogni anno di 8 mm) che costituisce l’altipiano dello Skuleskogen. Ritornate poco dopo a riprendere le due povere orfanelle, che non paiono particolarmente turbate e si sono allegramente consolate finendo una confezione intera di muffin. Ottimo.

Rientrate stanchi al campo base, dopo cena tutti a nanna presto, che il giorno dopo si parte di nuovo, verso le porte della Lapponia: Luleå. 

 

ore 23:30 circa
 La notte un vento gelido spazza le nuvole dal cielo, che il giorno dopo si presenta limpido, l’aria è frizzante e profumata come in montagna. Consumate veloci un’abbondante colazione e partite. La strada si snoda attraverso il consueto paesaggio di boschi, laghetti e prati, ora punteggiati da case in legno lasciato grezzo e non verniciato di rosso, e con le pareti in alto leggermente inclinate verso l’esterno. Il viaggio scorre tranquillo, ascoltando lo sceneggiato radiofonico a puntate di Tex Willer: persino più grottesco del fumetto. A parte la ambientazione delirante, con incongruenze che nemmeno Salgari (siamo nel Far West e c’è un castello nel bel mezzo della -sic- “savana”!), vi diverte molto il fatto che OGNI problema possa essere agevolmente risolto, a sentire le parole dei protagonisti, con una buona “dose di piombo caldo”. Ovviamente diventa subito il leit motiv del viaggio: “mi scappa la pipì, possiamo fermarci?” “Di nuovo? Maia ci siamo fermati un quarto d’ora fa”. “Papà, con una buona dose di piombo vedrai che non le scapperà più”, e via dicendo.

 

campeggi svedesi in alta stagione
Incontrate ben poche auto, fino a quando arrivate a Luleå, ultima “grande” città prima della Finlandia. Vi sistemate in un campeggio fuori città in riva al mare, anche qui pochissimi ospiti e spazi enormi. Comprate salmone locale al supermarket, che arrostisci in padella e servi con patate. 

La mattina dopo Emma si sveglia con il desiderio di andare in piscina. Emma è sempre stata così, fin da piccola: ogni tanto si sveglia con un irrefrenabile desiderio, spesso di qualche cosa di assurdo e decontestualizzato, che tira fuori dal cappello come un coniglio quando meno te l’aspetti. Non è un capriccio, si badi bene: quelli li fa in ben modo. In questi casi invece c’è tutta una componente di allegria e trasporto al quale non sai resistere: è una cosa del suo carattere che ti piace moltissimo. “E piscina sia!”. 

 La piscina dove andate si rivela un oggetto architettonico più che notevole, dagli interni rigorosi e curati nel dettaglio, al rapporto con l’esterno e la luce, così importante a queste latitudini, accentuato dalle grandi vetrate. È praticamente deserta a parte qualche anziano, che accoglie con un sorriso il baccano dei tuoi figli. Tu sei pensieroso: questo posto non ti è nuovo. Lo hai già visto da qualche parte, quei gradini in piastrelline colorate, la parete alle spalle rivestita di legno, la balaustra alta in acciaio. Ti viene un dubbio; chiedi all’inserviente, e la risposta è illuminante. 

Ora, vediamo chi riconosce questo posto; non è difficile, è teatro di una famosa scena di un altrettanto famoso film.  

partecipa al quizzone lappone, per Thor!
Il primo che indovina vince un’esclusiva cuffiaccia di plastica nera di quelle che strappano i capelli, comprata proprio qui.  

Al pomeriggio andate a visitare Gammelstad, altro patrimonio Unesco: villaggio parrocchiale del seicento, raccolto attorno a un’imponente chiesa, nucleo antico di Luleå prima che venisse trasferita più in basso, per venire incontro all’innalzamento del terreno rispetto al mare (sì, è buffo: questa zona della Svezia cresce in altezza come un bambino delle elementari).  

 Una cascata di casettine rosse, di ogni forma e dimensione; nella sua perfezione ricorda la cittadina di Truman Show, solo che qui è tutto vero e realmente abitato. Rientrate al campo, dove fai una lavatrice e scrivi queste righe sull’iphone, mentre Mitia studia e le ragazze giocano. 

Domani si riparte, destinazione Rovaniemi, ultima tappa. Non ti aspetti granché dalla città, interamente ricostruita dopo i bombardamenti tedeschi della Seconda Guerra; in fondo è solo un punto, un nome. La boa dove compiere la virata verso casa, insomma. E chi se ne frega di Babbo Natale etc., a parte Maia (ormai solo per inerzia) non ci crede più nessuno dei tuoi. 

Non sei certo venuto fin quassù per babbo Natale, o per vedere le renne. Sei venuto fin qui perché avevi un appuntamento: con me. 

La Sindrome di Stoccolma 

en hälsning från Junibacken
 Vi svegliate con calma, sono le nove passate e il sole è già alto da un pezzo. Oggi è il compleanno di Mitia: sedici anni fa, in una calda notte di Agosto milanese, arrivava in ritardo di una settimana all’appuntamento. Un ciccione di quasi quattro chili, che oggi se fossimo in USA potrebbe prendere la patente, Cristo santo (Dio solo sa quanto ti farebbe comodo ora, eh?). Festeggiate brevemente a colazione: la signora della reception è davvero contrita ma no, non ha candeline! Amen.

Prendete la metro e in un batter d’occhio siete a spasso per l’intrico del Gamla Stan. Poi prendete il traghettino per Djurgården e dopo l’ennesimo hot dog per pranzo visitate il Vasa Museet, i ragazzi si entusiasmano per l’immensa nave, testimonianza di uno dei più grandi Epic Fail della storia: affondata il giorno del varo dopo pochi metri perché semplicemente troppo GROSSA per stare a galla.

di ragazzine molto piccole, di navi molto grandi
  L’han tirata su 300 anni dopo e ci han costruito intorno un museo: oggi è un gigantesco relitto che lascia a bocca aperta. Piccola nota: il museo, come tanti altri, è gratis per tutti i minori di 18 anni. 

Nel pomeriggio passeggiate per l’elegante Ostermalm, silenziosa e un po’ severa. Vi trasferite a passare la serata di compleanno a Södermalm, ex quartiere operaio di Stoccolma e oggi zona bohemienne della città, animata da caffè e boutique di giovani stilisti e designer, oltre agli immancabili negozi di seconda mano. Tutto comunque molto swedish stile: sarebbe a dire elegante e poco appariscente. In Nytorget, piazza affollata di famigliole e bambini nudi che fanno il bagno nella fontana, vi rilassate qualche momento. Pensi che ti piacerebbe vivere qui: ti accontenteresti di un appartamento in un palazzo popolare che affaccia sulla piazza; o meglio ancora nella mansarda del bell’edificio ad angolo, esempio della pulita architettura svedese di inizio secolo scorso, con tanto di bow window angolare curvo; o chissà, magari in una delle casette di legno a un piano che costeggiano la piazza su di un lato, coi serramenti bianchi e il giardinetto sul retro.  

prendo la seconda da sinistra, grazie
 Avevi chiesto la Svezia come meta dell’erasmus, poco più di sedici anni fa:
chissà, se non avessi dovuto rinunciare forse oggi vivresti proprio in questa piazzetta, e saresti uno di quelli che tornano a Milano giusto per passare il Natale in famiglia. Ma quel che conta, alla fine, è che oggi sei arrivato fin qui con Mitia che compie proprio quei sedici anni.

Festeggiate degnamente il compleanno con una cena svedese luculliana a base di carne al Pelikan, bellissimo ristorante tradizionale poco lontano. Chiacchieri a lungo con una coppia di svedesi seduti accanto a voi, ti chiedono da dove vieni e gli racconti la tua storia. Ti augurano calorosamente buon viaggio, e ti ripetono quello che tanti ti dicono: è una bellissima cosa per i tuoi figli.    Chissà, chissà se apprezzano quanto te questa città e tutti gli alti meravigliosi posti che state visitando, come premio per le migliaia di chilometri macinati alla guida dell’orsone Volkswagen. 

La cena si conclude con la famosa gag del ristorante svedese, messa a punto da te e Emma: – Emma, hai mangiato abbastanza? Vuoi qualche cos’altro? -. – No, grazie: sto colma -. (Risate registrate)

Rientrate con la metro: il campeggio si trova in un sobborgo periferico, per raggiungerlo bisogna attraversare un agglomerato di casermoni grigi mentre finalmente (sono le dieci passate) il sole cala.  

tramonto e suburbia a Bredäng
Siete allegri e stupidi, mentre camminate per le strade deserte: Mitia espone la sua teoria riguardo il fatto che il fratello di Peppa Pig è stato adottato (“tutti hanno il nome con la stessa iniziale di quella della specie a cui appartengono: Peppa Pig, Danny Dog, Susy Sheep… Tutti tranne il fratello, che si chiama GEORGE. Perché? Perché non sapevano a che specie appartenessero i veri genitori: perché è stato abbandonato!”). 

Dormi male la notte: l’orgia di carne si rivela difficile da digerire. Fai sogni strani, che al mattino non ricordi. Vi svegliate tardi, e con calma fate colazione. È un’altra splendida giornata: decidi di andare in città col furgone oggi. Parcheggi senza difficoltà appena prima del ponte che porta a Djurgården. Fate un picnic sui prati dell’isola verde, e poi porti le bambine a Junibacken, dopo aver lasciato Mitia (troppo grande per questo genere di cose) al Nordiska Museet adiacente, tutto contento di visitarlo per i fatti suoi. Per quel che riguarda la vostra visita invece sei un po’ riluttante, sulle prime: un piccolo parco tematico incentrato sulla letteratura infantile nordica, ma che cazzo ne sapete voi? Eppure te lo hanno consigliato in tanti, e Maia è eccitatissima ormai. Alla fine è una rivelazione: un piccolo luogo magico, con ricostruzioni delle ambientazioni delle storie per bambini della tradizione letteraria scandinava dell’ultimo secolo, fatte con una delicatezza e sensibilità inaspettata. Poco importa se non conoscete praticamente nessuno dei personaggi: le ragazze sono entusiaste, Maia in particolare trilla di felicità e stupore andando a infilarsi in ogni pertugio. A stento riesci a trascinarla via dalla ricostruzione fedele di villa Villacolle, coi bauli colmi di travestimenti ad uso e consumo dei bambini. Non ci sono video, nè effetti sonori o robot animati: anni luce dalla plastica di Disneyland. Sono come illustrazioni ad acquerello e matita in tre dimensioni, nelle quali si puó entrare e toccare tutto. I personaggi principali peró li conosci: Pippi Långstrump e i Moomin. E qui ti si permetta una 

discutibilissima filippica su letteratura infantile e pedagogia: Scandinavia vs Italia

Pippi Calzelunghe, anarchica e felice: vive da sola, non va a scuola, fa a botte coi ragazzi, mangia un sacco di porcate, fuma (secondo te si fa anche un drink ogni tanto, magari negli spazi bianchi tra un capitolo e l’altro del libro), ha un concetto di ordine ridicolo: eppure se la passa benissimo, e perfino i vicini borghesi e conservatori la amano e rispettano.  

 I Moomin, malinconici e un po’ psichedelici, pieni di empatia surreale in un mondo dove non esistono personaggi che siano totalmente buoni o totalmente cattivi (sarà per questo che hanno riscosso grande successo nel Giappone di Miyazaki?); in Italia li aveva pubblicati solo Linus negli anni’70 alla stregua di un fumetto “alternativo”. Entrambe sono frutto dell’opera di autrici femminili dalle vite coraggiose (in particolare ti incuriosisce la finlandese Tove Jansson).  

E diciamolo allora che il nostro Pinocchio, il cui senso morale discende  solo dalla minaccia di punizioni o dal timore degli imbroglioni, bell’ipocrita benpensante, è una lettura per bambini che non hai MAI sopportato. Sul libro Cuore poi, stendiamo un velo pietoso. (Fine della filippica)

Dopo una breve visita al Fotografiska Museet (esposizioni temporanee che non ti entusiasmano, però lo spazio è molto bello), rientrate. 

Stoccolma si conferma una delle tue città preferite:  elegante ma calorosa, spettacolare ma discreta. Il giorno dopo si parte per il Nord, vi aspetta l’Höga Kusten. 

Berlino – Amburgo – Rømø – Ribe – Stoccolma. Ricordo di T.P., compagno di un’infanzia incantata

 

tamarri a Rømø Beach
Lasciate Berlino rimanendo intrappolati in un ingorgo sulla tangenziale degno del GRA romano; per fortuna in una temporanea orgia di Wi-Fi offerta da una caffetteria ti sei scaricato un bel po’ di mappe con maps.me, e trovi una strada alternativa per uscire dalla città. Ben presto comincia a scorrere il panorama dell’idilliaca campagna tedesca, che pare uscita dalle illustrazioni di Richard Scarry: fattorie, silos, piccole foreste, lavori stradali ordinatissimi, assurdi mezzi di trasporto tra cui moto giganti a tre ruote, camion che portano automobili tutte delle stesso colore, trattori col rimorchio carico di fieno. Mancano solo gatti parlanti o vermi col berretto tirolese e uno scarpone solo. Vi fermate ad Amburgo per fare una spesa e il pieno (poco più di un euro al litro, e l’autostrada è GRATIS: deutchland über alles). 
Se del tuo intuito ci si può fidare, beh allora Amburgo è un posto da tenere in conto: attraversandola hai subito l’impressione di una città viva, vera, con un’identità forte e ben definita. Canali percorsi da canoe, strade affollate di biciclette, case dal sapore anglosassone, tanti alberi e poi giovani ovunque. Una rarità in una città occidentale, di questi tempi.

Vi lasciate alle spalle lo Jutland tedesco e entrate in Danimarca mentre comincia a piovere pesantemente. 

Cinquanta sfumature di grigio
 I ragazzi si addormentano e l’abitacolo viene invaso dalle sonate per violoncello di Bach. Questo momento tutto per te, con la pioggia fuori accoppiata al suono del violoncello, ha il potere di spalancare un ondata di ricordi di infanzia. Memorie nitidissime di un qualche pomeriggio di autunno passato a casa del tuo amico T.P., l’odore della pipa fumata dal padre nello studiolo mentre voi interrompete i vostri giochi per correre sudati in cucina a fare merenda. Era uno stato di grazia irripetibile, dove ogni cosa immaginata nel gioco era reale e fantastica al tempo stesso. Un’infanzia meravigliosa, non è vero T.P.? Oggi  abbiamo entrambe figli, e affrontiamo le nostre vite distanti; eppure quella cosa è sempre presente, da qualche parte. I nostri ragazzi vivono un’infanzia così felice? Io ce la metto tutta, T.P., per cercare di proteggere la loro età incantata, ma non è facile. Il mare a volte è mosso, probabilmente più di quanto lo fosse per i nostri genitori: ed è difficile mostrarsi a loro sempre forti, sicuri, dolci e in grado di scacciare ogni minaccia. E forse è inutile farsi questa domanda, la felicità appartiene a chi riesce a percepirla da sè.

Percorrete veloci la stringa di terra che collega Rømø alla Danimarca, all’orizzonte sotto le nuvole si intravede una striscia di luce: la pioggia finirà presto. Vi fermate a un campeggio, mentre comincia a far buio prepari pollo e riso basmati per tutti. Fa freddo, ma domani sarà bello, lo senti. 

E infatti il giorno dopo alle sei del mattino il sole è già alto. La costa occidentale della pseudoisola di Rømø è un’immensa spiaggia di sabbia finissima, dove si può accedere direttamente con le macchine, tipo tamarri a Daytona Beach. Passate la giornata a raccogliere conchiglie, che in alcuni punti sono talmente tante da coprire la sabbia e scricchiolare sotto i piedi quando camminate. Tu ed Emma vi avventurate in mare, freddo ma non gelido. Poi bighellonate per l’isola, curiosando tra le buffe case danesi col tetto che pare una frangetta.

Il giorno dopo sbaraccate e ripartite. Vi fermate a pranzare a Ribe, deliziosa cittadina antica, sotto uno splendido sole: come a Berlino, anche qui avete portato l’estate, ti bulli coi ragazzi.   

Mitia vince il premio del pranzo surreale riuscendo a ordinare nachos con guacamole in un caffè tipicamente danish: la cameriera ci tiene a sottolineare che sono”freshly homemade“. Vabè.

 

cosa ha spinto i Danesi a costruire delle megastrutture simili? spingitiori di ponti danesi, su rieducational channel
 Superate i titanici ponti che collegano Copenaghen a Malmö e approdate in Scania, tutta gialla col mare azzurro sullo sfondo (sembra la PUGLIA). La Svezia vi accoglie con mille auto Volvo in autostrada, alcune veramente assurde (gli svedesi hanno un gusto particolare per le auto vintage). La per Stoccolma è lunga: vi fermate per cenare (prepari un risotto) e dormire appena fuori dall’autostrada. 

Oggi tirate fino a Stoccolma; arrivate verso le cinque, ma i campeggi sono tutti pieni: pieni per gli svedesi, che significa che tra un camper/tenda e l’altro c’è spazio sufficiente per parcheggiare quattro Volvo, ma è giusto così. In fondo c’è tanto spazio in Svezia, che senso ha schiacciarsi tutti quanti? Ad ogni modo sfoderi un sorrisone e qualche parola di svedese alla receptionist tatuata, che dev’essere tipo al 15mo mese di gravidanza a giudicare dalla panza, facendo leva sui tre figli stanchi, affamati e sporchi (a parte la prima sono tutte cose vere, però SEMPRE). Alla fine vi concede un posto con elettricità e pure lo sconto. Tack så micket!

  Dopo cena, vai con Maia a lavare i piatti al lavatoio comune. Sono le nove e mezza, ed ecco un altro dei tramonti killer che fa la sua apparizione. Sembrano esplosioni nucleari, il sole incendia le nuvolette che striano il cielo in mille forme: lasci Maia da sola per un istante per ammirarlo ancora una volta. Al tuo ritorno la trovi tutta intenta a lavare le pentole

Che brava che sei, Maia. Il papà si è distratto per il tramonto. Che romanticone, eh?” “Hehe si, un po’ tanto romanticone”.

Mmmmh. Ah, è così. Cazzo.